

L'agrifoglio, simbolo dell'inverno e del Natale, è stata considerata una pianta portafortuna ancor prima del Cristianesimo. Si credeva proteggesse
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La Sardegna è "wild", selvaggia, ovunque. Le vette dei monti e degli altipiani si stagliano fiere a guardare intere distese di lecci, in un alternarsi di pianure accarezzate dal grano o dal foraggio.
Sulle coste, il vento e le onde del mare modellano le guglie e le scogliere, habitat preferiti di gheppi e aquile reali.
Nuraghi, torri spagnole e campanili di chiese campestri, lo addolciscono un po', senza interrompere il suo silenzio.
Il paesaggio, rupestre e solitario, è puntellato di infiniti filari di fichi d'India che si alternano ai muretti a secco, custodi antichi della cultura agro-pastorale nella pratica di delimitare i fondi agricoli.

Ai margini delle zone boschive, nelle siepi e ai bordi dei campi cresce un alberello spinoso così impenetrabile da fornire protezione alle piante vicine e capace di tenere lontani uomini e animali. In Sardegna questo alberello viene comunemente chiamato prunixeddu o pruno selvatico, dal latino prunus spinosa. In passato la sua corteccia veniva utilizzata per colorare di rosso la lana con cui si tessevano i tappeti e gli arazzi.
Da fine agosto a ottobre il pruno regala delle belle drupe di colore bluastro dal sapore aspro ma molto carnose e croccanti. In diversi paesi i frutti vengono utilizzati come base per una bevanda alcolica che prende nomi curiosi. In Inghilterra sloe gin, in Navarra, Spagna, patxaran, in Francia di prunelle, in Giappone diumeshu ed in Italia di Brugnòl o bargnolino. Nella nostra bella isola, lo chiamiamo semplicemente Liquore di prugne selvatiche. Ecco la ricetta casalinga... alla salute di tutti.

Diversi anni fa durante i miei viaggi in Tunisia e in Turchia, ho avuto modo di vedere le donne del posto, preparare un tipo di pane molto simile al nostro!
Lo cuocevano direttamente su una pietra arroventata dal calore del fuoco, acceso fuori dall'uscio di casa...
Con grande sorpresa dei turisti presenti, il pane si gonfiava durante la cottura e la meraviglia raddoppiava all'assaggio.
Anch'io l'ho provato ancora tiepido. Al primo morso mi è parso di essere a casa e poi ho capito di far parte di un unico mondo, diverso e uguale a sé stesso.
Popoli di navigatori e commercianti, le genti del Mediterraneo antico, scelsero il mare come principale risorsa economica e via di comunicazione. Approdavano in ogni lido, scambiando merci, materie prime e soprattutto cultura. Ne è a riprova il cibo!
Sì perché l'enogastronomia non è solo uno slogan per i turisti. È il frutto della storia, dell'identità e delle tradizioni di queste genti che hanno vissuto e frequentato le nostre terre in periodi di pace o di conflitti. Popoli con etnie diverse, distanti da noi centinaia di chilometri producono ancora oggi un tipo di pane molto simile ai nostri, a riprova che l'umanità è unica, a prescindere dai confini.
Pensiamo al pane arabo o pane palloncino (prende nomi diversi a seconda delle aree geografiche) vanta altri pani "simili" nella tradizione mediterranea, mediorientale e in quella italiana.
Nella nostra isola abbiamo esempi eccezionali: il Pane carasau, nella sua prima fase di cottura si gonfia come il pane arabo e dopo l'effetto "palloncino" molto scenografico, viene diviso e infornato nuovamente fino diventare una sfoglia croccante.
Abbiamo anche il Pane Cicci o Pane di Desulo, morbido, liscio e malleabile, perfetto per accoglie un ripieno al suo interno proprio come quello mediorientale.

Se è vero che la zucca è il maiale degli ortaggi, allora significa che dobbiamo recuperare ogni parte di questo delizioso ortaggio autunnale che si mantiene ottimo fino all'inverno inoltrato.
La buccia si frulla e si beve al naturale, la polpa si cucina in svariati modi, le foglie e i gambi teneri in insalata e i fiori in pastella...
E i semi? Buttarli mai! I nostri nonni li chiamavano bruscolini. Sono, un ottimo snack del buon umore e un passatempo delizioso da sgranocchiare a casa o a passeggio con gli amici.
I semi di zucca sono grassi "buoni" per la salute, grazie agli acidi Omega-3, essenziali per l'organismo, inoltre contengono contengono vitamine, sali minerali e carotenoidi.
InsulaGolosaRicette vi spiega come farli a casa.
Sino a qualche anno fa era facile trovare nei paesi "Su Zilleri", una sorta di bar o bettola dove gli uomini passano le serate a parlare con gli amici e a bere vino. Era il loro unico passatempo dopo le tante ore di lavoro nelle campagne.
Certamente non avevano un buona reputazione per via delle frequentazioni anche poco raccomandabili ma erano comunque luoghi di convivialità.
Alla fine di ogni estate, subito dopo la vendemmia le bettole erano riconoscibili dai grandi fasci di foglie di edera che adornavano le porte di ingresso.
Erano una sorta di insegna per gli avventori: l'edera li avvisava che il vino nuovo era arrivato e poteva essere degustato.
Così come ci spiega il Dizionario Etimologico Sardo, DES di Wagner che scrive: "Si sa che suol mettersi un fascio di foglie di edera sulla porta della bettola, quando c’è vino nuovo. In sardo l'edera si chiama, èdera, èdna, èra… ma c'è una voce (parola) non sarda ma Gallurese che designa l’edera, "Bréddula", una frasca che si metteva come insegna nelle taverne".
Non mancava anno in cui le donne non preparassero sa sapa o binu cottu e se avanzava qualche grappolo, la confettura di uva, fonte di vitamine e di fibre, importante per superare il freddo dell'inverno.

Se vai dal fruttivendolo in Sardegna e chiedi "un ciliegia", ti propone il peperoncino tondo piccante conosciuto dai più come tondo calabrese.
E' vero... il peperoncino è un prodotto tipico calabrese, ma da qualche decennio anche l'isola vanta una produzione di altissima qualità da punto di vista organolettico e salutare.
La zona con una spiccata vocazione verso questo prodotto è Turri, in Marmilla, dove il peperoncino si coltiva in ottime condizioni ambientali, grazie al clima temperato e asciutto.
In questo paesaggio, prevalentemente collinoso, la coltivazione dei peperoncini si alterna a quella dello zafferano, dell'origano, delle fave e dei cereali, oltre agli olivi, creando distese di colori come onde del mare. Così come dice la stessa radice etimologica, Marmilla significa "mille mari" e credo che sia anche una bellissima immagine da portare anche in tavola.
Il peperoncino sardo è generalmente consumato crudo, sott’olio, essiccato o lavorato in creme piccanti.
InsulaGolosaRicette vi propone una ricetta "doppia" preparata con prodotti esclusivamente sardi: peperoncini tondi ciliegia, olive, capperi, acciughe e tonno.
Sternbergia lutea

In autunno la campagna si colora di toni caldi e avvolgenti. Tra i ricci spinosi delle castagne e le foglie cadute si intravedono dei piccoli fiori giallo-dorati.
Sono i fiori della Sternbergia lutea, una pianta perenne, glabra e con radice bulbosa, comunemente conosciuta come zafferanastro giallo. Attenzione è una specie altamente tossica) da non confondere con lo zafferano (crocus sativus) dai colori rosa e violacei.
La sua fioritura inizia a settembre e si protrae fino a novembre inoltrato. Insieme ai fiori vengono prodotte le foglie verdissime, leggermente carnose. Il fogliame della Sternbergia lutea rimane in vegetazione fino alla primavera, quando dissecca per preparare la pianta al riposo vegetativo estivo.

